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Deliverability27/10/20268 min di letturaRedazione Liberatori

Parole spam nelle email: il mito e cosa guardano i filtri

«Gratis», «offerta», «garantito»: evitarle non salva una campagna. Ecco cosa guardano davvero i filtri e quando il testo conta.

Parole spam nelle email: il mito e cosa guardano i filtri

Parole spam nelle email: esistono davvero termini vietati?

Nessuna parola, da sola, manda un'email nello spam. I filtri valutano soprattutto reputazione del mittente, autenticazione tecnica, reazioni dei destinatari e struttura del messaggio. Il testo pesa, ma come segnale secondario: lo stesso «gratis» passa da un dominio con buona storia e inciampa da uno nuovo che spedisce troppo.

Eppure il mito resiste. Quasi tutti i documenti che girano sulle parole spam nelle email sono cataloghi di termini da evitare, e chi scrive cold email li segue con scrupolo: toglie «offerta», sostituisce «sconto», riscrive l'oggetto tre volte. Poi la campagna finisce comunque nella cartella sbagliata, e si conclude che serviva un'altra parola. Quasi mai è così.

Da dove arriva il mito delle parole vietate

Arriva da una fase precisa della storia dei filtri. I sistemi più vecchi assegnavano punteggi: una parola sospetta valeva un punto, un oggetto tutto in maiuscolo un altro, e sopra una certa soglia il messaggio veniva scartato. In quel mondo evitare certe parole aveva un senso concreto.

I grandi provider di oggi non ragionano più solo così. Osservano come si comportano le persone: chi apre, chi risponde, chi cancella senza leggere, chi preme «segnala come spam». Una parola diventa un indizio quando compare spesso in messaggi che i destinatari rifiutano. Se la usi in un messaggio che viene letto e a cui si risponde, quell'indizio perde forza. Il filtro non ha pregiudizi sul vocabolario: guarda soprattutto le reazioni.

Cosa guardano davvero i filtri, in ordine di peso

L'ordine è quello che conta, perché quando una campagna va male si parte dall'ultimo punto, che è il più comodo da cambiare. Quello che segue è un ordine di lavoro, non una graduatoria ufficiale: nessun provider pubblica i pesi.

  1. Autenticazione. SPF, DKIM e DMARC allineati. Se mancano o sono scritti male, il testo è irrilevante: il messaggio parte già con un sospetto addosso.
  2. Reputazione del dominio e della casella. Un dominio nuovo che spedisce subito volumi alti ha lo stesso aspetto di uno aperto per fare danni. Ne parliamo in reputazione dominio email: da cosa dipende, come si controlla e come si recupera.
  3. Reazioni dei destinatari. Risposte, cancellazioni senza lettura, segnalazioni. È il segnale più difficile da falsare.
  4. Rimbalzi e ritmo di invio. Tanti rimbalzi o una crescita brusca dei volumi dicono che chi spedisce non controlla quello che fa.
  5. Struttura del messaggio. Numero di link, immagini, tracciamenti, allegati, HTML pesante.
  6. Testo. Le parole, appunto. Ultime, e raramente decisive da sole.

Chi mette a posto solo l'ultimo punto lavora sulla parte che sposta meno. Per chi manda a freddo c'è poi un livello in più: i requisiti dei grandi provider sono diventati espliciti, e li abbiamo riassunti in requisiti Gmail per mittenti.

Perché le email finiscono nello spam

Quasi sempre per una combinazione di cause, non per una parola. Le più frequenti: dominio senza autenticazione corretta, casella nuova che invia troppo e troppo presto, rimbalzi alti, messaggi identici spediti a molte persone insieme, poche risposte e qualche segnalazione. Il testo entra in gioco quando il resto è già al limite, e fa da goccia finale. Per la classifica completa delle cause c'è l'articolo su perché le email finiscono in spam.

Quando le parole spam nelle email contano davvero

Sarebbe sbagliato concludere che il testo sia ininfluente. Conta, ma per ragioni diverse da quelle del mito. Non perché contenga «garantito», ma perché fa cose che i filtri e i destinatari riconoscono.

  • Testo identico in massa. Se lo stesso messaggio, parola per parola, parte verso moltissime caselle, diventa riconoscibile come invio di massa. Per questo conviene scrivere più varianti di ogni email: servono a misurare quale angolo funziona e a non presentarsi sempre con la stessa impronta.
  • Troppi link o link strani. Indirizzi accorciati, tracciamenti che passano da domini diversi dal tuo, più collegamenti in un messaggio che dovrebbe essere una riga di conversazione.
  • Allegati e immagini nel primo messaggio. Un freddo con un PDF allegato è un classico: pesa e non ha motivo di esserci.
  • Oggetti ingannevoli. «Re:» o «Fwd:» su una conversazione mai avvenuta fanno aprire una volta e segnalare la seconda. Su come scriverlo senza trucchi c'è oggetto cold email B2B.
  • Tono da volantino. Maiuscole, punti esclamativi, urgenze costruite. Il problema non è la punteggiatura in sé: è che un direttore tecnico che riceve quel tono non risponde, e a volte segnala.

Il filo comune è chiaro: in tutti questi casi il problema non è una parola, è un comportamento del messaggio. Un'email scritta come la scriverebbe una persona a un'altra persona ha già risolto il grosso, senza consultare nessun vocabolario.

Come capire se è colpa del testo o del mittente

Qui la teoria serve poco, meglio una prova. Immagina una campagna che finisce nello spam e un responsabile marketing convinto che sia colpa di «preventivo gratuito». Cambia la frase, reinvia, nessun miglioramento. Cambia ancora. Alla fine ha un testo irriconoscibile e lo stesso problema, perché il dominio era stato aperto da pochi giorni e spediva a pieno regime dal secondo giorno.

Per evitare questo percorso, separa le variabili:

  1. Prendi il testo incriminato e invialo da una casella con storia lunga e reputazione solida verso alcuni tuoi indirizzi su provider diversi.
  2. Poi invia un testo neutro, di due righe, dalla casella problematica verso gli stessi indirizzi.
  3. Se il testo incriminato arriva dalla casella buona e quello neutro finisce nello spam dalla casella cattiva, il problema è il mittente. Se succede il contrario, allora sì, guarda il contenuto.
  4. Controlla i rimbalzi della campagna. Nelle nostre regole interne, quando arrivano al 4% la crescita si ferma e si cerca la causa prima di ripartire.

È una prova indicativa, non un verdetto: gli indirizzi tuoi hanno una storia che quelli dei destinatari non hanno. Ma basta a smascherare i casi più comuni, e nella pratica vince molto più spesso l'ipotesi del mittente. Succede perché la preparazione di una casella nuova viene saltata o accorciata. La nostra regola è partire con 5 email a freddo al giorno e salire a scalini (5, 10, 15, 20, 25) fino a 25 in circa dieci giorni di invio, con un warm-up che scende man mano che crescono gli invii. Non è magia: è dare al filtro il tempo di vedere un comportamento normale.

Se scopri che il problema è di impostazione generale (domini, caselle, ritmo, gestione delle risposte) e non di testo, puoi vedere come lo affrontiamo nella pagina sulla lead generation B2B con call qualificate.

Blacklist: un'altra cosa, spesso confusa con le parole

Quando si cerca «email blacklist» si incrociano due idee diverse. Le blacklist vere raccolgono indirizzi IP e domini segnalati per cattivo comportamento, e molti server le consultano prima di accettare un messaggio. Non contengono parole. Finirci dentro dipende da quello che hai spedito e con quale ritmo, non da come l'hai scritto. Se un controllo ti dice che il dominio è segnalato, rivedi i volumi e le reazioni dei destinatari, non l'oggetto.

Come evitare email spam: cosa fare sul serio

Per chi invia, in ordine:

  • Spedisci da un dominio dedicato, non dal principale dell'azienda.
  • Verifica che SPF, DKIM e DMARC siano scritti e allineati.
  • Fai crescere i volumi a scalini, mai a salti.
  • Scrivi poche righe, un'idea, una richiesta, senza allegati né immagini nel primo messaggio.
  • Rispondi, e togli subito chi chiede di non essere più scritto: le segnalazioni pesano più di qualsiasi parola.

Le parole puoi tenerle d'occhio, ma come ultimo controllo, non come strategia. Evita il tono da volantino perché non funziona con chi decide, non perché lo dica un filtro.

Da dove cominciare

Prima di toccare una sola frase, apri le ultime campagne e guarda tre cose: i rimbalzi, le risposte e da quanto tempo esiste ciascun dominio di invio. Poi fai la prova delle due caselle descritta sopra. Se il testo risulta innocente, e di solito lo è, avrai evitato settimane passate a riscrivere oggetti che non c'entravano.

Domande frequenti

Esiste una parola che manda sicuramente un'email nello spam?

No. I provider non pubblicano liste di parole vietate e i loro filtri non funzionano così. Valutano reputazione, autenticazione, reazioni dei destinatari e struttura del messaggio, e il testo pesa soprattutto in combinazione con questi segnali.

Posso usare «gratis» o «offerta» in una cold email?

Sì, se il resto è in ordine: dominio autenticato, volumi graduali, pochi rimbalzi. Il problema di quelle parole non è il filtro ma il tono: in una cold email B2B suonano da volantino e riducono le risposte.

Come capisco se il problema è il testo o il mittente?

Invia lo stesso testo da una casella con buona storia e un testo neutro dalla casella problematica, verso tuoi indirizzi su provider diversi. Se il testo passa dalla casella buona e il neutro finisce nello spam dall'altra, il problema è il mittente. È una prova indicativa, non un verdetto.

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